Palermo 2022, il riequilibrio riaccende la campagna elettorale

PALERMO – Da un lato gli echi locali della rielezione di Mattarella, dall’altro un piano di riequilibrio che ha fatto da detonatore. Dopo settimane di pausa forzata, la corsa per le prossime Comunali di Palermo è ripresa a pieno ritmo e si preannuncia più incerta che mai, con i partiti che provano a ricomporre i cocci delle coalizioni in vista delle Amministrative che dovrebbero tenersi fra maggio e (più realisticamente) giugno.

Politica nazionale in fermento

La scelta del Parlamento di confermare il Presidente della Repubblica uscente ha messo in crisi sia il centrodestra che il centrosinistra: Salvini e Meloni sono in aperta competizione, Forza Italia prova a smarcarsi dai sovranisti, dentro il M5s è scattata la competizione Conte-Di Maio e quell’asse col Pd, che fino a ieri sembrava così granitico, oggi appare assai più debole. In mezzo un centro che ha fallito nel tentativo di portare Casini al Colle, ma che intravede la possibilità di un ritorno in grande stile del proporzionale che potrebbe scompaginare lo scenario. Inevitabile che un quadro così caotico abbia ripercussioni anche su Palermo, la più grande fra le città chiamate al voto prima dell’estate.

Il riequilibrio, occasione mancata

Sul piano di riequilibrio, approvato lunedì sera, si è tenuta probabilmente l’ultima grande battaglia di questa sindacatura che, a ben guardarla, ha effetti più politici che pratici. Il piano infatti dovrà passare al vaglio della Corte dei Conti ed entro 15 giorni fare il paio con il patto da stipulare col governo nazionale che vale oltre 400 milioni di euro, ma la verità è che molte delle misure sono ancora lontane (come la vendita delle quote Gesap nel 2025) e altre avranno bisogno di ulteriori passaggi, come le aliquote Irpef o l’aumento delle ore dei part time subordinato all’approvazione dei bilanci e quindi rinviato (nella migliore delle ipotesi) al prossimo autunno.

Il riequilibrio (riscritto due volte) avrebbe dovuto rappresentare un’occasione storica per affrontare e risolvere alcuni dei problemi atavici della città o almeno per discuterne, grazie anche alle centinaia di milioni di euro che pioveranno su Palermo, ma di tutto questo c’è ben poco: nessun piano di accorpamento delle partecipate (che fine ha fatto la holding?), nessun serio intervento per la lotta all’evasione (con previsioni smentite dagli stessi uffici), nessun miglioramento sensibile della qualità dei servizi o progetti a lungo termine per rivoluzionare un sistema che fa acqua da tutte le parti. Tante belle intenzioni che provano ad ammorbidire il vero nocciolo della manovra, fatto di aumenti delle tasse (l’unico modo per avere il parere positivo della Ragioneria) che colpiscono chi già le paga e che in cambio non riceverà granché a causa di un bilancio che assomiglia sempre più a un pozzo che non si riesce mai a colmare. Il che ha già scontentato commercianti e sindacati.

Orlando, vincitore a metà

Un dibattito reso incandescente dall’approssimarsi delle elezioni con i consiglieri che hanno fatto a gara per mostrarsi contrari all’aumento delle imposte o favorevoli alle misure per il personale. Alla fine della fiera, però, alcuni dati si possono trarre. Partiamo da Orlando, vincitore a metà di questa sfida: il sindaco è riuscito nella duplice impresa di strappare centinaia di milioni a Roma pur essendo a fine carriera e di trovare in Aula voti fino a qualche tempo fa insperati, evitando l’onta di aver portato il Comune al dissesto; in cambio ha dovuto accettare di mettere la faccia su un’operazione lacrime e sangue. Probabilmente aveva immaginato un epilogo diverso della sua permanenza a Palazzo delle Aquile.

M5s di governo

L’altro dato politico è il voto determinante di un Movimento cinque stelle che, dilaniato a Roma dalla lotta Conte-Di Maio, a Palermo sembra aver superato ogni divisione fra orlandiani e anti-orlandiani gettando le basi per un ingresso organico in maggioranza, preludio dell’alleanza elettorale. Una coalizione di cui faranno parte anche il Pd e un mondo della sinistra in fermento: la lista è pronta e proverà a mettere insieme tutti quelli che non si riconoscono nei dem, operazione ambiziosa che ieri ha fatto segnare il primo punto col ‘no’ alle alleanze con chi non ha votato il riequilibrio, leggasi Italia Viva, +Europa, Azione e Ferrandelli. Una presa di posizione che disegna il perimetro di coalizione e sembra spegnere le speranze di chi guarda ai moderati.

Centrodestra in cerca d’autore

Non va meglio a destra, dove le tensioni quirinalizie rendono il quadro ancora più incerto. La Lega (o almeno una parte di essa) è rimasta in Aula per il riequilibrio, mentre il resto della coalizione ha preferito uscire per consentire di far approvare il piano senza sporcarsi le mani. Un calcolo politico ben preciso, basato sulla convinzione che la coalizione vincerà le prossime elezioni: fra un dissesto che comporta una commissione prefettizia che ingessa il Comune e un riequilibrio che lascia qualche margine di manovra, i partiti hanno preferito la seconda opzione, anche se per convincere tutti sono dovuti scendere in campo i big. Un disegno che deve fare però i conti con le dinamiche nazionali, dove Salvini accarezza l’idea di una versione all’italiana del partito Repubblicano statunitense che lascerebbe fuori la Meloni: uno scenario simile a Palermo costringerebbe tutti a rivedere i propri piani.

Il centro in fermento

L’altra grande novità è il percorso tracciato da Italia Viva, Oso, +Europa e Azione che in consiglio hanno fatto fronte comune e non sembrano intenzionati a fermarsi. Marcata la differenza col centrodestra e in rotta di collisione a sinistra, i centristi non hanno troppa scelta e provano a guadagnare spazio intestandosi l’opposizione più dura e cavalcando il malcontento su un riequilibrio che proveranno a modificare con singole delibere che potrebbero ribaltare il piano. Difficile dire se tutto questo si trasformerà in un cartello elettorale, ma le grandi manovre romane fanno pensare che non si tratti solo di dinamiche d’Aula.

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